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Che sia al momento dell’assunzione oppure, nel corso della propria carriera lavorativa, a tutti i dipendenti del settore privato sarà capitato di riflettere in merito alla destinazione del proprio TFR – trattamento di fine rapporto. Lasciarlo in azienda oppure destinarlo alla previdenza complementare? Cosa implicano queste scelte e quale tra le due è la più conveniente?

Una nuova occasione di riflessione su questo tema si è avuta anche in occasione della presentazione della relazione annuale INPS sulle attività del 2018 in cui il presidente, Pasquale Tridico, ha proposto di creare un nuovo fondo di previdenza complementare gestito dall’INPS. Si tratterebbe di un’iniziativa volta ad incrementare il numero degli aderenti, vista la crucialità della pensione integrativa, e al contempo incanalare gli investimenti in Italia.

TFR lasciato in azienda: come e da chi viene gestito?

Questa proposta di creare un fondo di previdenza complementare INPS ha generato non pochi dubbi, soprattutto alla luce del fatto che un’altra tipologia di fondo, il Fondo Tesoreria sempre gestito dall’INPS, inizia a mostrare le prime falle rischiando, da qui a qualche anno, di finire in disavanzo.

Infatti, questo fondo costituito nel 2007 dalla Tesoreria di Stato e gestito dall’INPS a cui affluiscono i TFR dei dipendenti impiegati nelle aziende con più di 50 dipendenti che hanno deciso di lasciare il proprio TFR “in azienda” invece di destinarlo alla previdenza integrativa è sulla strada verso il disavanzo (momento in cui le uscite superano le entrate). A riportare la notizia è il quotidiano Il Sole 24 Ore del 3 ottobre che, in un articolo intitolato “INPS, il fondo TFR in gestione è a un passo dal disavanzo” analizza le entrate e uscite dello stesso, evidenziando oltretutto le implicazioni del lasciare il TFR in azienda rispetto al destinarlo a un fondo pensione di previdenza complementare.

Solo il fondo pensione garantisce l’intoccabilità delle risorse

Dall’anno di avvio ad oggi, coloro che hanno lasciato il proprio TFR in azienda hanno versato al Fondo gestito dall’INPS circa 36,3 miliardi di euro. Queste risorse, una volta confluite nel fondo, sono state utilizzate dallo Stato al fine di arginare le svariate esigenze di finanza pubblica emerse di anno in anno. Infatti, in cambio della rivalutazione del capitale, il TFR dei lavoratori viene utilizzato dallo Stato al fine di avere accesso a queste liquidità.

Tuttavia, queste risorse, anche se usate per altri fini dallo Stato, vanno restituite ai lavoratori al momento del raggiungimento dei requisiti per il pensionamento o al cambio del datore di lavoro. Ad oggi, la differenza tra entrate ed uscite è sempre stata positiva tuttavia, così come indicato dalla tabella pubblicata su Il Sole 24 Ore, si fa di anno in anno più piccola:

                                   Fonte: il Sole 24 Ore

 

Quando si arriverà al momento dello squilibrio, in cui le prestazioni da erogare saranno superiori alle entrate allora, al fine di garantire ai lavoratori la liquidazione del proprio TFR maturato e rivalutato, dovrà necessariamente intervenire lo Stato con dei nuovi capitali.

 

Scegliendo di destinare il proprio TFR alla previdenza complementare i propri risparmi, compreso il TFR, costituiranno la propria posizione e non potranno essere toccati da nessun’altro che dall’aderente stesso. 

Oltretutto, scegliendo la previdenza complementare l’aderente potrà scegliere liberamente la linea di gestione più adatta al proprio profilo e orizzonte temporale e godere di una tassazione agevolata in fase di erogazione, così da dare ancora più valore al proprio TFR maturando.

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