Se ne parlava già da tempo di come lo smart working prima o poi fosse destinato a sostituirsi quasi del tutto alla concezione tradizionale del lavoro, forse però non ci si aspettava, soprattutto in Italia, un’accelerata come quella cui si è assistito in questi mesi. Da “lavoro del futuro” a presente senza punto di non ritorno, o almeno si spera. Questo, in particolare quanto auspicato dal presidente di Confindustria digitale, Cesare Avenia secondo quanto riportato in un articolo del Sole 24 Ore del 20 luglio scorso.

Come la pensano a riguardo aziende e lavoratori?

Molte imprese sono preoccupate per un ritorno dei propri dipendenti in ufficio e soprattutto, come riportato da Cesare Avenia, della possibile scadenza della procedura semplificata per accedere allo smart working, detto anche lavoro agile, prevista per il 31 luglio prossimo.

Lo smart working: un’opportunità di crescita per il Paese

Questa modalità di lavorare rappresenta un’opportunità di crescita per il Paese, in primis per gli investimenti nella digitalizzazione richiesti dal lavoro agile, ormai vitale per ogni settore, e quindi anche per una formazione dei lavoratori in tal senso, ma anche per un cambio di paradigma al passo con i tempi. Lo stesso Avenia, infatti, reputa riduttivo ricondurre lo smart working al mero lavoro da remoto, perché esso in realtà “modifica la relazione tra gli elementi che compongono la concezione del lavoro, ovvero il lavoratore, il luogo di lavoro, il merito, la produttività, la tecnologia, la formazione, la cultura manageriale». Maggiore flessibilità e responsabilizzazione per i lavoratori e maggiore fiducia e autonomia da parte dei datori di lavoro. Tra i benefici principali di questa nuova impostazione: aumento della produttività, maggiore sostenibilità ambientale e più benessere nella vita del lavoratore, con una maggiore equilibrio tra tempo libero e lavoro (“work-life balance”).

I lavoratori come la pensano invece?

Una ricerca condotta dalla Luiss Business School su 451 professionisti, di cui il 70% lavoratori dipendenti e aventi un’età media di 36 anni, evidenzia come lo smart working piaccia ai lavoratori. In particolare, come riportato nello stesso articolo del Sole 24 Ore:

  • il 68% degli intervistati ha lavorato in smart working durante il lock down
  • l’82% di chi ha sperimentato il lavoro agile è disponibile a prolungarlo per più giorni alla settimana (contro il 14% dei non disposti a farlo)
  • il 66% afferma di essere riuscito a svolgere tutte le attività da remoto, il 28% afferma di non essere riuscito a svolgerle tutte e solo il 6% di non essere riuscito a svolgere la maggior parte di esse.

Un altro dato interessante è che il primo beneficio per il lavoratori sia il maggior tempo dedicato alla famiglia. Inoltre, il 69% degli intervistati ritiene che lo smart working possa giocare un ruolo favorevole al rafforzamento delle pari opportunità.

Cosa ci aspetta nella cosiddetta fase tre? 

Secondo quanto riportato in un articolo del Corriere della Sera dell’Inserto Economia di lunedì 20 luglio, nella fase tre possiamo attenderci un “pareggio” tra lavoro tradizionale e smart working. In particolare, vengono riportati i dati principali di una ricerca condotta a fine maggio dell’Osservatorio HR Innovation Practice della school of management del Politecnico di Milano, in collaborazione con Doxa (società italiana specializzata in ricerche di mercato), su un campione di 198 aziende italiane medio-grandi e 1000 lavoratori. Quello che emerge chiaramente è che ormai sono cambiate le priorità delle aziende e a riguardo le risorse umane richiedono soprattutto:

  1. un potenziamento delle modalità operative per implementare lo smart working in azienda (64%)
  2. un nuovo sviluppo della cultura e delle competenze digitali del personale (45%)
  3. un miglior posizionamento delle mansioni della forza lavoro (43%).

Un altro segnale di un mondo del lavoro che con molta probabilità sarà diviso a metà tra casa e ufficio arriva anche dalla pubblica amministrazione, con la proroga dello smart working fino al 31 dicembre 2020 per il 50% dei lavoratori che possono svolgere le proprie attività da remoto e che potrebbe essere esteso al 60% a partire da gennaio 2021.

L’affermarsi dello smart working, qualunque sia l’effettiva dimensione che verrà ad assumere, porta con sé una serie di sfide, non solo di tipo culturale come detto, ma soprattutto di sviluppo digitale, quindi di investimenti in tal senso da un lato e di formazione del personale dall’altro.

Digitalizzazione: l’Italia a riguardo com’è messa?

Purtroppo siamo ultimi in Europa, come riportato nell’articolo del Sole 24 Ore citato. A fotografare questo posizionamento è il Desi (Digital Economy & Society Index), aggiornato sul capitale umano rispetto al 2019, ossia un indice realizzato dalla Commissione Europea per monitorare lo stato della digitalizzazione dell’economia e della società nell’Unione Europea.

Se nella media europea il 58% dei lavoratori (tra i 16 e i 74 anni) possiede almeno competenze digitali di base e il 33% competenze superiori a quelle basi, la percentuale in Italia scende rispettivamente al 42% e al 22%.

A riguardo il presidente di Confindustria digitale afferma come sia fondamentale sviluppare lo smart working anziché tornare alla situazione precedente all’emergenza epidemiologica, perché significherebbe “ignorare la realtà del prima e sottovalutare la lezione che la pandemia ci ha impartito”.

 

L’emergenza epidemiologica ha dato un forte segnale di quanto sia fondamentale la digitalizzazione per molti altri settori, tra cui uno molto vicino a quello del mondo del lavoro: il sistema di previdenza integrativa. L’operatività online si è dimostrata fondamentale per gli aderenti ed anzi, è ormai richiesta da gran parte di loro. Per i millennials è emerso come sia addirittura un fattore decisivo alla base delle proprie scelte di investimento.

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