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Il Professor Carlo Ambrogio Favero, Direttore del Dipartimento di Finanza dell’Università Bocconi di Milano e titolare della Deutsche Bank Chair in Asset Pricing and Quantitative Finance, ha condiviso con propensione.it il suo punto di vista sulla sostenibilità dell’attuale sistema pensionistico italiano e le sue prospettive future.

Esperto degli effetti socio-economici dell’evoluzione demografica della popolazione, tra le sue pubblicazioni principali ha affrontato, per il North American Actuarial Journal, il tema degli effetti della longevità sul sistema previdenziale del nostro Paese (“The Impact of Longevity Risk On Pensions Systems. The Case of Italy”).  

Professor Favero, il tema delle pensioni è continuamente al centro del dibattito politico, e più che mai oggetto degli interessi e delle preoccupazioni dei cittadini italiani.

Questo crescente interesse non deve sorprendere, alla luce di quanto accaduto negli ultimi quindici anni.

Facciamo un passo indietro: fino agli inizi degli anni novanta il sistema pensionistico italiano è stato particolarmente generoso, garantendo una pensione calcolata sulla base del salario degli ultimi anni di lavoro piuttosto che sulla base del totale dei contributi effettuati. Ciò, per un lungo periodo, ha portato gli individui ad avere un pagamento pensionistico totale superiore al valore della loro contribuzione totale nel corso degli anni lavorativi, spostando sulle generazioni future l’onere di ripianare i debiti costituiti dalla mancanza di equilibrio del sistema.

Sia detto per inciso, un regime di vita “al di sopra” delle proprie possibilità, che spostava i costi sulle generazioni future, era la caratteristica principale di quegli anni in Italia:  bassa tassazione, elevati livelli di spesa pubblica, finanziamento del debito con l’intervento della banca centrale e svalutazioni competitive del cambio sono gli ingredienti che hanno portato  all’esplosione del debito pubblico e all’aumento della ricchezza privata, che tra il 1970 ed il 1993 più che raddoppia in rapporto al PIL.

Le cose sono cambiate radicalmente rispetto a quegli anni…

A partire dall’inizio degli anni novanta si sono succedute una serie di riforme del sistema pensionistico che, come è noto, da un lato hanno avuto impatto sull’età a cui si va in pensione e dall’altra hanno ridotto il tasso di sostituzione cioè il rapporto tra l’ultimo stipendio e la prima pensione.

A giudicare dagli ultimi accadimenti politici, non sono da escludere nuovi interventi legislativi sul fronte previdenziale. Si aspetta un’inversione rispetto all’orientamento dei precedenti interventi?

Difficile immaginare un’inversione significativa senza compromettere la stabilità del sistema pensionistico.

Lei, tra le altre cose, vanta un’ampia produzione scientifica in tema di impatti economici dei trend demografici.  Quali sono i fatti più rilevanti che ci vuole evidenziare?

Partiamo cercando di quantificare il noto fenomeno dell’aumento delle aspettative di vita. Nel 1980, in Italia, l’aspettativa di vita residua per un sessantacinquenne era intorno a quindici anni. Intorno alla metà degli anni 2000, circa venticinque anni dopo, tale aspettativa era salita di circa tre anni. Stando alle proiezioni, il valore continuerà a salire: nel 2030 sarà circa di 23 anni. La cosa interessante è che intorno a questa proiezione c’è un margine di incertezza, definito il longevity risk, che, in termini semplici, identifica la possibilità che la vita residua possa essere sensibilmente più lunga.  

Per effetto, tra l’altro, del fenomeno appena descritto, la quota di persone con più di sessant’anni tende a crescere nei paesi sviluppati ed in particolare in Italia: per avere un’idea, nel 1960 gli ultrasessantenni rappresentavano il 13% circa della popolazione italiana ed i minori di 19 anni circa un terzo della popolazione. Nel 2020 gli ultrasessantenni saranno circa un terzo della popolazione ed i minori di 19 anni il 18% circa.

In conclusione, l’invecchiamento e l’aumento delle aspettative di vita sono le due forze fondamentali al lavoro.

Quali sono le implicazioni in ambito previdenziale?

Le implicazioni sono molteplici e significative. Consideriamo le principali.

In primo luogo, le proiezioni economiche basate sui fenomeni demografici descritti ci portano a prevedere un più basso tasso di crescita potenziale dell’economia italiana, a parità di altre condizioni.

In secondo luogo, la quota di pensionati sul totale della popolazione tenderà a crescere.

In terzo luogo, il periodo di inattività post-vita lavorativa tende ad allungarsi tenendo fissa l’età pensionabile. Ed è proprio per questa ragione che è fondamentale per la stabilità del sistema pensionistico l’indicizzazione dell’età pensionabile alla lunghezza della vita attesa in periodo di pensionamento che è uno degli elementi più significativi della riforma Fornero.

La riduzione del tasso di crescita potenziale, se si riflette in un minor tasso di crescita prospettico effettivo, ha un impatto negativo sulle nostre pensioni di primo pilastro: nel sistema contributivo italiano (che a tendere interesserà la totalità dei lavoratori), i contributi versati si rivalutano ad un tasso legato alla crescita nominale del PIL.

Anche l’allungamento dell’aspettativa di vita di chi va in pensione finisce per non essere una buona notizia sul versante previdenziale: a parità di montante maturato (dato dalla somma dei contributi rivalutati) la pensione mensile tenderà a calare all’allungarsi delle aspettative di vita.

D’altra parte, come dicevo, è difficile pensare a future normative che, a tendere, rendano il sistema pensionistico sensibilmente più generoso: anche l’ipotesi di “ammorbidire” la legislazione permettendo che il conseguente squilibrio si scarichi sulla fiscalità generale si scontra con un trend che vede una progressiva riduzione della quota di popolazione attiva sul totale.

Dobbiamo rassegnarci a prevedere un sensibile abbassamento del tenore di vita nella fase avanzata della vita?

Non è necessariamente così: in tutti i principali sistemi economici il risparmio legato ai piani di previdenza complementare permette di integrare le pensioni di primo pilastro. Se tali piani sono ben calibrati ed attivati tempestivamente, cioè nella fase iniziale dell’attività lavorativa, l’obiettivo di limitare significativamente il calo del tenore di vita nel periodo post-lavorativo può essere raggiunto.

 

Con l’allungamento dell’aspettativa di vita, anche gli anni vissuti da pensionati aumenteranno, mentre diminuirà l’assegno pensionistico. Per vivere la vecchiaia potendo contare su una sicurezza economica in più è importante pensare per tempo a integrare la propria pensione.

Vuoi saperne di più sul tuo futuro pensionistico?

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