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Il 2020 si apre con delle conferme sul fronte delle pensioni, con i requisiti rimasti invariati per la pensione di vecchiaia per altri due anni (67 anni d’età anagrafica e 20 anni di contributi) e fino al 2026 per la pensione anticipata (anzianità contributiva di 42 anni e 10 mesi per gli uomini e un anno in meno per le donne).

Confermate anche le diverse uscite anticipate, come opzione donna, prorogata per un altro anno (58 anni d’età per lavoratrici dipendenti e 59 anni di età per le autonome e almeno 35 anni di contributi) e quota 100 (62 anni d’età e 38 anni di contributi), che terminerà nel 2021 trattandosi di una misura sperimentale.

Proprio sul punto il governo si interroga su come riformare le pensioni in termini di flessibilità per evitare che alcuni lavoratori si ritrovino davanti a quello che viene definito un vero e proprio scalone di 5 anni e 3 mesi.

Infatti, chi a gennaio 2022 avrà potenzialmente i requisiti per andare in pensione con quota 100, dovrà aspettare il compimento dei 67 anni e 3 mesi richiesti per la pensione di vecchiaia o comunque dei 41/42 anni di contributi e 10 mesi per quella anticipata.

Quota 102 come possibile soluzione?

Un articolo del Corriere della Sera del 11 gennaio appena trascorso riporta quella che sembra essere una proposta, condivisa da più fronti, come possibile soluzione per un superamento graduale di quota 100 da un lato e della Fornero dall’altro: la cosiddetta Quota 102, che permetta un pensionamento con 64 anni d’età e 38 anni di contributi.

In particolare, sempre per il Corriere della Sera, il presidente di Itinerari previdenziali Alberto Brambilla propone due modalità per aumentare la flessibilità in uscita garantendo nello stesso tempo la tenuta del sistema:

  1. prevedendo nuovamente, come già previsto dalla Riforma Dini/Treu, il pensionamento a 64 anni d’età, soggetta ad adeguamento alla speranza di vita e 38 anni di contributi (con non più di due o tre anni di contributi figurativi)
  2. la seconda modalità sarebbe rappresentata dai fondi di solidarietà ed esubero, che consentono l’accesso al fondo con 5 anni di anticipo rispetto all’età prevista di 67 anni e con 35/36 anni di contribuzione e sostenuti integralmente dalle aziende e dai lavoratori attraverso l’attuale versamento dello 0,30% sui redditi lordi, nonché gestiti in autonomia da imprese e sindacati.

L’uscita anticipata è sostenibile solo con il calcolo contributivo

Un articolo del 13 gennaio del Sole 24 Ore ripercorre le principali tappe del sistema pensionistico, dai meccanismi di prepensionamento degli anni settanta per rimediare alle crisi industriali, alle riforme degli anni novanta per garantire la sostenibilità del sistema pensionistico. Le sfide sono molte, da un lato un mondo del lavoro frammentato che non promette pensioni contributive generose e dall’altro l’allungamento dell’età di pensionamento, a sua volta adattata alla speranza di vita, che induce a richiedere maggiore flessibilità in uscita. In risposta a queste istanze è stata introdotta una misura come Quota 100 e a seguire si discute su una possibile quota 102.

Ecco la soluzione proposta: consentire un pensionamento anticipato ma con una pensione calcolata interamente con metodo contributivo, come nel caso di opzione donna, in modo tale da garantire al contempo un sistema non solo sostenibile ma anche equo.

Anziché gravare sui conti pubblici, qualora non fosse possibile, viene proposto infine al pari di Brambilla un pensionamento anticipato finanziato privatamente dalle imprese.

Giovani in pensione a 71 anni perché troppo bassa: la pensione integrativa è fondamentale

Sempre sul Corriere della Sera vengono considerati anche i giovani, detti dal punto di vista pensionistico “contributivi puri” e per i quali si sa la situazione è più complessa rispetto al passato.

 

Se la carriera è frammentata e discontinua, è probabile che l’assegno pensionistico che si ottiene sia al di sotto della soglia per poter accedere alla pensione anticipata contributiva (64 anni d’età anagrafica e 20 anni di contributi) misura prevista appunto per i soli contributivi puri che hanno iniziato a versare contributi dopo il 1995 a patto che la pensione sia pari ad almeno a 2,8 volte quello sociale INPS (attualmente 5.954 euro annui)

In sostanza, se la pensione pubblica è al di sotto dei 1.300 euro al mese il pensionamento resta quello ordinario e nel caso di importi bassi,  al di sotto dell’1,5 volte il minimo, la pensione di vecchiaia arriva a 71 anni. Non solo, se il lavoro è saltuario e i redditi sono bassi il pensionamento si prospetta a ben 73 anni come evidenziato in uno studio della Cgil elaborato dell’economista Michele Raitano.

 

Per tutti i lavoratori e a maggior ragione per i giovani la pensione integrativa è di fondamentale importanza per tutelare il proprio tenore di vita futuro. Aderendo alla previdenza integrativa possono decidere liberamente quanto versare annualmente secondo le proprie possibilità, modificare frequenza e importi in qualsiasi momento e nello stesso tempo, oltre a costruirsi una pensione di scorta, accumulano un capitale di protezione per sé e per la famiglia risparmiando ogni sulle tasse.

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